Sostanze pericolose

Esposizione a idrocarburi policiclici aromatici: obblighi e prevenzione

Esposizione professionale a idrocarburi policiclici aromatici: come si valuta il rischio e quali misure di prevenzione adottare.

Gli idrocarburi policiclici aromatici — abbreviati in IPA — non sono un prodotto che si acquista e si mette a magazzino: sono una classe di composti che si forma ogni volta che materiale organico brucia in modo incompleto o viene distillato ad alta temperatura. Ne fanno parte centinaia di molecole diverse, e nella pratica se ne segue un gruppo ristretto, con il benzo(a)pirene usato come indicatore dell’insieme.

Da questa origine derivano due conseguenze operative. La prima: non esiste una scheda di sicurezza degli IPA, perché sono un sottoprodotto e non una materia prima, quindi la valutazione non si costruisce leggendo etichette ma si ricava dal processo, dalle temperature e dalle materie in ingresso. La seconda: si presentano insieme come vapore e adesi al particolato fine, e diverse molecole del gruppo passano agevolmente attraverso la cute. Poiché alcuni composti sono classificati cancerogeni, molte lavorazioni ricadono nel regime severo previsto dal Titolo IX del D.Lgs 81/2008, dove non basta stare sotto una soglia ma occorre ridurre l’esposizione al livello più basso tecnicamente ottenibile.

Dove si trova e chi è esposto

Il contesto più diffuso è la posa di conglomerato bituminoso: chi manovra la vibrofinitrice e il rullista lavorano immersi nei fumi che si liberano dal materiale caldo, con esposizione che cresce al crescere della temperatura di stesa. Situazioni analoghe riguardano l’impermeabilizzazione con membrane applicate a fiamma. Nella metallurgia sono interessati fonderie, cokerie e impianti di produzione di anodi ed elettrodi di carbone, dove il legante è pece.

Si aggiungono l’industria della gomma, la manutenzione di forni e caldaie, la pulizia di canne fumarie, la bonifica dopo un incendio e le officine dove si respirano scarichi diesel al chiuso. Sono coinvolti quindi asfaltisti, addetti agli impianti di conglomerato, fonditori, manutentori, spazzacamini e chi opera vicino alle stesse sorgenti pur senza toccare il materiale.

Effetti sulla salute

Il primo apparato interessato è la pelle: il contatto ripetuto con catrami e residui bituminosi provoca quadri irritativi, e alcune di queste sostanze rendono la cute più reattiva alla luce solare. Vapori e particolato irritano occhi e prime vie respiratorie durante le lavorazioni più calde. Sul lungo periodo la questione rilevante è la classificazione di cancerogenicità attribuita ad alcuni composti del gruppo, che orienta l’intero impianto delle misure aziendali. Nulla di quanto scritto qui va usato per interpretare un disturbo personale: l’inquadramento compete al medico, nell’ambito della sorveglianza sanitaria.

Come si valuta l’esposizione

In aria serve un campionatore personale capace di raccogliere insieme la frazione legata al particolato, trattenuta su filtro, e quella in fase gassosa, catturata da un supporto adsorbente a valle; in laboratorio si quantificano i singoli composti. È un campionamento delicato, perché una linea che raccolga solo le polveri sottostima in modo grossolano il risultato.

Il dato dell’aria però non chiude la valutazione, dato che una quota importante entra attraverso la pelle: si affiancano allora i prelievi con tamponi su superfici, attrezzi e mani a fine turno, che documentano la contaminazione da contatto. Su indicazione del medico si ricorre al monitoraggio biologico, con la ricerca nelle urine di un metabolita che riflette la dose assorbita per tutte le vie. Trattandosi di lavorazioni mobili e stagionali, vanno documentate anche le giornate effettive: la stessa squadra ha esposizioni diverse fra una stesa autostradale d’estate e un rappezzo urbano.

Misure di prevenzione e protezione

Qui sostituire vuol dire intervenire sul processo: leganti che consentono temperature di lavorazione più basse, emulsioni applicabili a freddo, additivi che riducono la formazione di fumi, materiali privi di catrame di carbone. Ogni grado in meno sulla temperatura di stesa si traduce in meno fumi respirati.

Seguono le misure tecniche: vibrofinitrici con sistema di captazione, cabine dei mezzi chiuse e con aria filtrata, aspirazione localizzata su forni e postazioni fisse, manutenzione delle tenute negli impianti. Quelle organizzative sono decisive all’aperto: perimetrare l’area, collocare gli addetti sopravvento rispetto alla sorgente, ridurre le persone presenti nella zona calda, vietare di fumare e mangiare vicino al materiale, prevedere spogliatoi separati con doccia a fine turno e far lavare gli indumenti a cura dell’azienda.

I dispositivi chiudono la catena: indumenti a copertura integrale sostituiti quando impregnati, guanti resistenti sia al calore sia agli idrocarburi, protezione respiratoria con filtro combinato dove la captazione non basta. Le creme barriera non sostituiscono nessuna di queste misure. Quando si applica la disciplina dei cancerogeni, l’azienda tiene inoltre il registro degli esposti.

Sorveglianza sanitaria

Per le lavorazioni con agenti cancerogeni l’attivazione degli accertamenti non è discrezionale: il medico competente elabora il protocollo, visita prima dell’adibizione e poi con la periodicità che ritiene adeguata, tenendo conto delle misurazioni e dell’eventuale monitoraggio biologico. L’azienda fornisce dati di esposizione aggiornati, istituisce la cartella sanitaria e di rischio, conserva la documentazione per il lungo periodo previsto per questa categoria e gestisce i casi in cui il giudizio comporti una modifica della mansione.

Fase di lavoroSorgente prevalenteVia da presidiare per primaBarriera tecnica praticabile
Stesa di conglomerato caldoFumi dalla tramoggia e dietro il bancoInalatoriaCaptazione sulla finitrice, temperatura più bassa
Impermeabilizzazione a fiammaCombustione della membranaInalatoria e cutaneaPosizionamento sopravvento, ricambio d’aria
Manutenzione di forni e cokerieDepositi carboniosi e fuliggineCutaneaAspirazione localizzata, pulizia a umido
Pulizia di canne fumarieFuliggine risollevataCutaneaAspirazione a valle, sacchi a chiusura immediata
Officine con motori accesiScarichi diesel al chiusoInalatoriaEstrazione dai terminali di scarico

Domande frequenti

Bitume stradale e catrame di carbone sono la stessa cosa?

No, e la distinzione pesa. Il catrame di carbone contiene una quantità di IPA molto superiore rispetto al bitume di origine petrolifera, ed è per questo che nella pavimentazione stradale il suo impiego è stato abbandonato. Il tema si ripresenta nella demolizione di vecchie pavimentazioni, dove il materiale rimosso può contenerlo: prima di fresare conviene verificarlo.

Come documento l’esposizione senza scheda di sicurezza?

La si ricostruisce dal processo: materie prime impiegate, temperature raggiunte, durata delle fasi calde, layout e presenza di captazione. A questa descrizione si affiancano le misurazioni. È un caso in cui la parte descrittiva della valutazione dei rischi vale quanto il dato analitico.

La tuta impregnata di catrame può finire nella lavatrice di casa?

È una pratica da eliminare: il tessuto impregnato porta la contaminazione fuori dal luogo di lavoro e la trasferisce ad altri capi e ad altre persone. Il lavaggio spetta all’azienda, con circuito dedicato e contenitori chiusi per il ritiro dei capi sporchi.

Chi resta a bordo strada è considerato esposto?

Dipende dalla posizione rispetto al vento e dal tempo di permanenza, ma escluderlo per principio è un errore. Nelle squadre di asfaltatura conviene misurare su più figure: i risultati fra chi sta dietro il banco e chi manovra a distanza possono differire molto e giustificare protocolli diversi.

Il monitoraggio biologico lo decide l’azienda?

No, la scelta di inserirlo nel protocollo spetta al medico competente, che ne stabilisce anche il momento del prelievo: il significato del risultato cambia se il campione è raccolto a inizio settimana o al termine dell’ultima giornata lavorativa. Gli altri agenti trattati sono raccolti nell’area sostanze pericolose.

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