Quando si parla di calzature da lavoro il pensiero corre al puntale, cioè al peso che cade sul piede. È solo uno dei tre pericoli in gioco. Il secondo è la perforazione della suola: il chiodo del bancale, la vite lasciata a terra, la barra che sporge da un getto. Il terzo, il più frequente e il più sottovalutato, è lo scivolamento su pavimenti bagnati, unti o farinosi — l’evento che riempie le denunce di infortunio in cucine, laboratori alimentari, officine e piazzali.
Attorno a questi tre nuclei ruotano altre esigenze: resistere agli idrocarburi che sciolgono le suole nelle autofficine, sopportare il calore dell’asfalto, sfilarsi in fretta dove ci sono schizzi incandescenti, dissipare le cariche elettrostatiche nei reparti elettronici — tema della scheda sulle calzature ESD. Conviene poi distinguere tre famiglie che spesso si confondono: le calzature di sicurezza hanno un puntale che regge l’urto previsto dalla norma di prodotto, quelle di protezione un puntale con requisito inferiore, le calzature da lavoro nessun puntale. Consegnare le terze dove servivano le prime è un errore che emerge dopo, davanti a un piede schiacciato.
Quando è obbligatorio
L’obbligo discende dalla valutazione dei rischi: dove restano rischi di caduta di oggetti sul piede, di calpestamento di elementi acuminati, di scivolamento o di contatto con sostanze aggressive, la calzatura idonea diventa necessaria. Nella pratica riguarda cantieri, magazzini percorsi da carrelli, officine, aziende agricole, imprese di pulizia e cucine professionali, dove il tema si intreccia con le procedure di igiene della sezione HACCP.
Un aspetto trascurato riguarda chi in reparto ci passa e basta: l’impiegato che attraversa la produzione per una firma, il manutentore esterno, il commerciale con un cliente al seguito. Se l’area è a rischio la protezione serve anche a loro. In appalto la regola va definita a monte, insieme agli altri obblighi del datore di lavoro.
Come si sceglie quello giusto
La scelta parte dalla sigla di classificazione stampata sulla calzatura, che riassume i requisiti: puntale, chiusura del tallone, resistenza all’acqua della tomaia, inserto antiperforazione, proprietà antistatiche. Le lettere aggiuntive coprono calore, idrocarburi e aderenza. Un avvertimento: la norma di prodotto è stata revisionata di recente e alcune sigle sull’aderenza sono cambiate. Meglio leggere la dichiarazione di conformità che affidarsi a una tabella imparata dieci anni fa.
Poi vengono le scelte tecniche. L’inserto antiperforazione metallico dà copertura uniforme ma è rigido; quello tessile è leggero e non fa suonare i metal detector, però può avere una geometria di protezione diversa, dichiarata nella nota informativa. Stesso dilemma per il puntale, acciaio o composito. La suola si sceglie sulla superficie reale su cui si cammina.
Infine la calzata, che decide l’esito di tutta l’operazione. Una scarpa presa a occhio dalla taglia dichiarata produce vesciche e viene abbandonata alla prima occasione: la prova si fa a fine giornata, quando il piede è più gonfio. I plantari personali si inseriscono solo se il fabbricante li ammette, perché sostituire la soletta originale altera altezza interna e proprietà antistatiche.
Consegna, addestramento e registrazione
Le calzature le fornisce il datore di lavoro senza costi per chi le indossa, insieme alla nota informativa. Il rimborso a piè di lista, con acquisto lasciato al singolo, è prassi diffusa e rischiosa: nessuno controlla cosa entra in reparto e, dopo un infortunio, dimostrare l’idoneità del dispositivo diventa impossibile.
La consegna si annota sul verbale di consegna DPI riportando modello, sigla e taglia: scrivere solo “scarpe” non prova nulla. Questi dispositivi coprono di norma rischi di gravità intermedia, quindi bastano informazione e formazione; l’addestramento pratico documentato diventa obbligatorio quando il modello ricade in terza categoria, cioè protegge da rischi con conseguenze irreversibili. Chi consegna spiega anche cosa fa decadere la protezione: allacciatura aperta, suola consumata, inserto danneggiato.
Manutenzione, controlli e sostituzione
Il controllo si fa guardando la suola, non la tomaia. I tasselli spianati significano aderenza persa anche se la scarpa sembra presentabile; i tagli profondi nel battistrada possono aver raggiunto l’inserto antiperforazione; la tomaia scucita dove finisce il puntale lascia entrare l’oggetto di lato. Conta anche la deformazione permanente: un puntale che ha assorbito un colpo importante ha svolto il suo compito una volta sola e va messo fuori servizio.
La cura ordinaria è banale ma decisiva: togliere fango e residui, far asciugare all’aria e mai sul termosifone, perché il calore diretto irrigidisce i materiali. Alcune suole invecchiano anche da ferme, perché il materiale espanso si degrada: un paio rimasto anni in magazzino può sbriciolarsi al primo impiego, quindi le scorte vanno ruotate.
| Ambiente di lavoro | Requisito da privilegiare | Errore frequente nella scelta |
|---|---|---|
| Cantiere e demolizioni | Inserto antiperforazione, tomaia alta | Modelli bassi con caviglia scoperta |
| Cucina professionale | Aderenza sull’unto, pulibilità | Suola adatta al bagnato ma non al grasso |
| Magazzino con carrelli | Puntale e protezione del metatarso | Calzature da lavoro senza puntale |
| Officina e autofficina | Suola resistente agli idrocarburi | Mescole che si ammorbidiscono con gli oli |
| Fonderia e saldatura | Sfilamento rapido, nessun laccio esposto | Allacciatura che trattiene le scorie |
Domande frequenti
Posso dare al dipendente un buono acquisto e lasciargli scegliere il modello?
Puoi lasciare libertà di scelta solo dentro un perimetro che definisci tu: elenco di modelli approvati o requisiti minimi scritti, con verifica di ciò che arriva. La responsabilità di fornire un dispositivo adeguato non si trasferisce con un rimborso.
Il puntale in composito protegge meno di quello in acciaio?
No, se il modello supera le stesse prove di prodotto. Cambiano le proprietà secondarie: il composito è più leggero e non attiva i metal detector, l’acciaio ha ingombro minore a parità di resistenza. Si sceglie sull’ambiente, non sul materiale.
Ogni quanto vanno sostituite?
Non esiste una cadenza fissa: dipende da quanti chilometri si percorrono e su cosa. Il criterio è lo stato — battistrada consumato, cuciture aperte, inserto esposto — verificato con un controllo visivo periodico, come per gli altri DPI.
Servono a chi entra in produzione due minuti al giorno?
Sì, se in quei due minuti passa dove cadono oggetti o si cammina su superfici scivolose. Il tempo di esposizione abbassa la probabilità, non la gravità: un carico che cade non distingue chi è lì da otto ore da chi è appena entrato.
La suola è dichiarata antiscivolo ma continuo a scivolare: come mai?
Perché l’aderenza si misura su superfici e contaminanti definiti. Un battistrada ottimizzato per il bagnato può perdere presa sull’unto, e un pavimento con residui di farina si comporta come un piano a sfere. Se gli scivolamenti si ripetono il problema torna nella valutazione dei rischi e si affronta anche con la pulizia.
Fai una verifica rapida in spogliatoio: capovolgi cinque paia e guarda i tasselli. Se su tre sono lisci, la tua azienda cammina su scarpe che non proteggono più. Ridefiniamo insieme requisiti, modelli e verbali: chiedi un preventivo gratuito o scrivici dai contatti.