Malattie professionali

Sindrome del tunnel carpale: cause, prevenzione e obblighi

Quali lavorazioni espongono a sindrome del tunnel carpale e come prevenirla in azienda. Ruolo della sorveglianza sanitaria e obblighi del datore di lavoro.

Tra le malattie professionali più frequenti nelle aziende con lavorazioni a ciclo breve, la sindrome del tunnel carpale si manifesta in modo riconoscibile anche a chi non è un sanitario: aumentano le richieste di cambio postazione, qualcuno chiede di non fare più una certa fase, il medico competente comincia a inserire limitazioni sui giudizi di idoneità. Sono segnali che riguardano l’organizzazione del lavoro molto prima che la clinica, perché nascono dal modo in cui sono costruiti i cicli, non dalla resistenza individuale delle persone.

Il collegamento con gli obblighi aziendali passa dal Titolo VI del D.Lgs 81/2008, che accanto alla movimentazione dei carichi comprende i movimenti ripetitivi degli arti superiori. Una postazione dove il polso lavora piegato, con forza e senza pause vere, è un rischio da valutare come un’atmosfera polverosa o una macchina non protetta. Gli aspetti diagnostici e terapeutici appartengono al medico curante e al medico competente; ciò che l’azienda può cambiare è il gesto che si ripete.

Quali lavorazioni espongono

Le linee di montaggio con tempo ciclo di pochi secondi sono l’esempio più tipico: inserimenti, avvitature manuali, clip da agganciare, controlli visivi con manipolazione del pezzo. Nell’industria alimentare pesano il disosso e la rifilatura nelle macellerie e nei salumifici, dove al gesto ripetuto si somma la forza necessaria a tagliare e il freddo dell’ambiente, che rende la presa meno efficiente e spinge a stringere di più.

Fuori dalla fabbrica il quadro si allarga: casse dei supermercati, confezionamento e imballaggio manuale, parrucchieri e acconciatori, sartoria, uso prolungato di avvitatori con impugnature inadatte alla mano dell’operatore, pulizie con strizzatura ripetuta dei panni. Anche l’ufficio entra nel discorso quando tastiera e mouse tengono il polso in estensione per ore. Il denominatore comune non è la fatica percepita — spesso i pezzi sono leggeri — ma la combinazione di frequenza elevata, posture non neutre, forza e recupero insufficiente.

Come si previene in azienda

Si comincia riprogettando il gesto. Portare il pezzo all’altezza dei gomiti evita la flessione del polso; orientare il piano di lavoro riduce le torsioni; sostituire un avvitatore diritto con uno a pistola, o viceversa, cambia completamente l’angolo di lavoro della mano. Le presse a pedale o gli attrezzi con reazione di coppia compensata tolgono forza al polso senza rallentare la linea.

Sul fronte organizzativo contano la rotazione tra postazioni realmente diverse — ruotare fra tre operazioni che sollecitano la stessa struttura non serve — le micropause distribuite invece di un’unica interruzione lunga e un inserimento graduale per chi rientra dopo assenze prolungate.

Restano gli aspetti minori solo in apparenza: guanti della taglia giusta, perché un guanto largo obbliga a stringere di più; temperature che non irrigidiscono le mani; utensili manutenuti, dato che una lama non affilata raddoppia la forza necessaria. La formazione, integrata nei corsi per i lavoratori, serve se mostra alternative concrete al gesto abituale.

Il ruolo della sorveglianza sanitaria

Se l’analisi dei cicli restituisce un rischio non trascurabile per mano e polso, il protocollo sanitario include accertamenti mirati, con periodicità stabilita dal medico. La visita serve a cogliere presto le condizioni che rendono una persona più vulnerabile a quella specifica postazione e a tradurle in indicazioni per l’azienda.

Il risultato più utile della sorveglianza sanitaria, qui, è la lettura d’insieme: se il medico rileva più giudizi con limitazioni sulla stessa linea, il problema è della linea. È il momento in cui il sopralluogo congiunto tra medico, RSPP e responsabile di produzione rende più di qualsiasi documento, perché consente di vedere il ciclo mentre gira.

Cosa deve fare l’azienda

Servono metodi tecnici riconosciuti, che pesano frequenza delle azioni, forza applicata, posture incongrue e tempi di recupero: l’indice OCRA è il più diffuso nelle realtà con cicli ripetitivi. L’analisi si conduce mansione per mansione e va rifatta quando cambiano tempo ciclo, attrezzatura o layout; i risultati entrano nella valutazione dei rischi e nel DVR con il piano di miglioramento.

Se emerge un caso riconducibile all’attività lavorativa, la norma prevede specifici obblighi di segnalazione e denuncia a carico del medico e dell’azienda, e impone di rivedere la valutazione di quella postazione. Vanno conservate le evidenze delle misure adottate: verbali di modifica delle postazioni, schede degli utensili introdotti, piani di rotazione applicati davvero. Le inadempienze in materia di valutazione e sorveglianza sono sanzionate secondo quanto stabilito dal D.Lgs 81/2008.

Elemento della postazioneSegnale che qualcosa non funzionaCorrezione praticabile
Altezza del piano di lavoroPolsi piegati verso l’alto per tutto il cicloPiano regolabile o rialzo del pezzo
Utensile a impugnatura fissaOperatori che avvolgono l’attrezzo con tutta la manoImpugnature di misure diverse, prova sul campo
Tempo ciclo ridottoNessun momento senza movimento della manoRibilanciamento delle fasi tra postazioni
Rotazione tra operazioni similiLe limitazioni ricompaiono dopo il cambioRotazione tra gesti realmente differenti
Guanti unica tagliaPresa rinforzata per non far scivolare il pezzoAssortimento di taglie e materiali
Contenitori lontaniBraccio esteso e polso ruotato a ogni prelievoRiavvicinamento e inclinazione dei contenitori

Domande frequenti

Serve valutare il rischio anche se i pezzi che si manipolano sono leggeri?

Sì, ed è l’errore più comune. Nel sovraccarico degli arti superiori il peso è solo uno dei fattori: una lavorazione con oggetti da poche decine di grammi ripetuta migliaia di volte al turno può risultare più critica di un sollevamento occasionale impegnativo.

La rotazione tra postazioni basta a risolvere il problema?

Solo se le postazioni sollecitano strutture diverse e se la rotazione avviene davvero, con una pianificazione scritta e rispettata anche nei periodi di picco. Una rotazione nominale, che salta appena manca personale, non produce alcun effetto sulla valutazione.

Comprare utensili “ergonomici” mette l’azienda al riparo?

No. L’etichetta commerciale non certifica nulla rispetto a quella specifica lavorazione: l’attrezzo va provato dagli operatori nel gesto reale e la valutazione va rifatta dopo l’introduzione, per verificare che il miglioramento ci sia stato.

Cosa deve fare l’azienda se il medico competente segnala più casi nello stesso reparto?

Trattarlo come un dato di processo. Va riaperta l’analisi di quelle postazioni, verificati tempi ciclo e organizzazione delle pause, coinvolti gli operatori nella ricerca delle criticità e programmati gli interventi con scadenze; il servizio di RSPP esterno coordina di norma questa revisione.

I fattori personali contano nella valutazione del rischio?

Sono elementi che il medico considera nel giudizio di idoneità della singola persona, non nel definire se la postazione è a rischio: se una lavorazione è critica lo è anche per chi al momento non manifesta disturbi.

Sulle tue linee i giudizi con limitazioni stanno aumentando? Analizziamo i cicli prima che diventi un problema di organico: scrivici, il preventivo gratuito arriva senza impegno.

Servizi correlati

Vuoi mettere in regola la tua azienda? Richiedi un preventivo gratuito
Richiedi preventivo