Sostanze pericolose

Esposizione a gas anestetici: obblighi e prevenzione

Esposizione professionale a gas anestetici: come si valuta il rischio e quali misure di prevenzione adottare. Sorveglianza sanitaria dei lavoratori esposti.

In sala operatoria il gas anestetico è un farmaco somministrato al paziente con dosaggi calcolati e monitorati. Per chi lavora attorno al tavolo diventa un’altra cosa: una quota che sfugge dal circuito, si mescola all’aria del locale e viene respirata per ore, senza alcun beneficio. Da questa differenza nasce l’obbligo di valutazione: l’esposizione professionale non si misura sul paziente ma sull’aria dell’ambiente e sul tempo che l’équipe vi trascorre.

Le molecole appartengono a due famiglie: il protossido d’azoto, usato anche in sedazione, e gli alogenati volatili erogati dal vaporizzatore. Le dispersioni non dipendono dal principio attivo ma dall’impianto e dalle procedure: raccordi non a tenuta, maschere che non aderiscono, flussi lasciati aperti, vaporizzatori riempiti a cielo libero, ricambi d’aria insufficienti. Fra tutte le voci delle sostanze pericolose, questa è quella in cui la partita si gioca quasi per intero sull’impiantistica.

Dove si trova e chi è esposto

Il gruppo più numeroso sta nei blocchi operatori: anestesisti, infermieri di anestesia e di sala, strumentisti e ausiliari che ruotano fra più sale nel turno. Si aggiungono sale parto, sale di endoscopia e radiologia interventistica dove si praticano sedazioni, e le aree di risveglio, dove l’aria si carica di quanto i pazienti espirano.

Fuori dall’ospedale il tema riguarda gli studi odontoiatrici che sedano con protossido in stanze piccole e le strutture veterinarie, dove l’anestesia gassosa si pratica talvolta in locali nati per altro e privi di evacuazione dedicata. Anche chi manutiene apparecchi e reti di distribuzione rientra fra gli esposti.

Effetti sulla salute

La letteratura di igiene occupazionale associa l’esposizione prolungata e non controllata a questi composti a effetti indesiderati, riferiti in particolare al sistema nervoso e alla sfera riproduttiva: per questo la prevenzione punta al contenimento dell’inquinamento ambientale più che alla sorveglianza dei sintomi. Si agisce sulle concentrazioni in sala, non si attende un disturbo. Le valutazioni individuali competono al medico competente.

Come si valuta l’esposizione

Il monitoraggio ambientale è lo strumento centrale. Si combinano campionatori indossati dall’operatore vicino alle vie respiratorie e punti fissi collocati nelle zone di ristagno: circuito paziente, vaporizzatore, postazione dello strumentista. La campagna va programmata su procedure rappresentative, non sull’intervento più tranquillo della settimana, e ripetuta dopo ogni modifica impiantistica.

Si affianca la verifica tecnica dell’ambiente: portate e ricambi d’aria, regime di pressione della sala, tenuta dei raccordi, funzionamento del sistema di evacuazione. Per il protossido è praticabile anche un monitoraggio biologico su indicazione del medico. I risultati vanno letti alla luce dei limiti di esposizione previsti dalla normativa, secondo l’impostazione descritta per il campionamento degli agenti chimici.

Misure di prevenzione e protezione

La sostituzione non è una scelta del datore di lavoro: la tecnica anestesiologica la decide il clinico in funzione del paziente. Resta un dato di cui tenere conto, perché le metodiche che non impiegano gas riducono di per sé la quota dispersa.

Le misure tecniche sono il cuore della prevenzione: evacuazione dei gas collegata alla valvola di sovrappressione ed efficiente per tutta la procedura, ventilazione dedicata con mandata che allontani l’aria dalla zona respiratoria dell’équipe, circuiti a bassi flussi dove clinicamente utilizzabili, prove di tenuta su raccordi, tubi e pallone, riempimento dei vaporizzatori con sistemi chiusi, mascherine a doppia camera con aspirazione in odontoiatria.

Sul piano organizzativo contano gesti quotidiani: non aprire il flusso prima che la maschera aderisca, chiuderlo prima di staccare il circuito, aerare la sala fra un intervento e l’altro, tenere il registro delle manutenzioni e delle verifiche di tenuta. La formazione del personale e l’aggiornamento del DVR completano il quadro.

I DPI hanno un ruolo residuo: non esistono protezioni respiratorie praticabili durante un intervento chirurgico, e la mascherina chirurgica non trattiene questi gas. Se le concentrazioni sono elevate la risposta è impiantistica, mai individuale.

Sorveglianza sanitaria

Il personale esposto rientra nella sorveglianza sanitaria quando la valutazione lo richiede. Il protocollo, costruito dal medico competente sui dati di monitoraggio, comprende visite periodiche e gli accertamenti pertinenti al profilo di esposizione. Capitolo a parte la gravidanza: il D.Lgs 151/2001 impone di valutare la compatibilità della mansione e porta di regola a spostare la lavoratrice dalle sale in cui si impiegano questi gas, con provvedimento formale e non con un accordo verbale di reparto.

Momento della proceduraPunto di dispersioneContromisura efficace
Induzione a mascheraBordo della maschera non aderenteApertura del flusso solo a maschera in sede
Mantenimento dell’anestesiaRaccordi, tubi, valvole del circuitoProve di tenuta e sistema di evacuazione attivo
Riempimento del vaporizzatoreTravaso dell’agente liquidoSistema di riempimento chiuso, in zona aspirata
Fine intervento e distaccoCircuito staccato con flusso ancora apertoSequenza di chiusura definita per iscritto
Risveglio del pazienteAria espirata nella zona di sorveglianzaVentilazione dedicata dell’area di risveglio
Sedazione odontoiatricaRespirazione orale e perdite dalla maschera nasaleMaschera a doppia camera con aspirazione

Domande frequenti

Uno studio odontoiatrico che usa il protossido deve fare le stesse verifiche di un ospedale?

Gli obblighi discendono dalla presenza dell’agente e dall’esposizione dei lavoratori, non dalla dimensione della struttura. Cambia il modo di soddisfarli: in uno studio la valutazione riguarda una o due postazioni, ma i punti critici sono più marcati, perché i volumi sono piccoli, il paziente respira anche dalla bocca e spesso manca un’aspirazione dedicata.

La sala è dotata di impianto di evacuazione: la valutazione è già risolta?

No, perché l’impianto dimostra la propria efficacia solo se misurato. Un terminale collegato male, una pompa che non tira o un raccordo allentato producono una sala formalmente attrezzata e sostanzialmente inquinata. Il sistema è il presupposto; la prova sono i dati del monitoraggio e i verbali delle verifiche di tenuta.

Una lavoratrice in gravidanza può continuare a operare in sala?

La normativa a tutela della maternità chiede di analizzare la mansione e rimuovere il rischio: quando l’esposizione non è eliminabile, la strada ordinaria è lo spostamento ad attività non esposte. La decisione va formalizzata dal datore di lavoro sulla scorta del giudizio del medico competente, non lasciata alla disponibilità dell’interessata.

Una singola campagna di misure vale per sempre?

No. Il dato fotografa l’assetto impiantistico e le procedure di quel periodo. Va rifatto quando si sostituiscono apparecchi o vaporizzatori, quando cambiano ventilazione, layout o tipo di attività chirurgica, e comunque con la periodicità che la valutazione stabilisce.

In una clinica veterinaria valgono le stesse regole?

Sì, per quanto riguarda la tutela dei lavoratori: l’esposizione di veterinari e assistenti va valutata come in ambito umano. Le criticità ricorrenti sono l’assenza di evacuazione dei gas, l’uso di locali non progettati per l’anestesia e la difficoltà di tenuta delle maschere sugli animali.

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