Tutti i dispositivi che filtrano l’aria hanno un presupposto in comune: che l’aria dell’ambiente, una volta ripulita, sia respirabile. Quando questo presupposto cade — manca ossigeno, la concentrazione dell’inquinante è ignota, la sostanza non è trattenibile da alcun filtro — l’unica strada è portarsi dietro l’aria. È quello che fa l’autorespiratore: una bombola di aria compressa, un riduttore, un erogatore e una maschera a pieno facciale che isolano chi la indossa dall’atmosfera circostante.
Lo si incontra nelle squadre di emergenza degli stabilimenti, negli interventi dentro serbatoi, silos e camere di ispezione, nelle sale macchine con impianti frigoriferi ad ammoniaca, negli impianti di depurazione, nel soccorso a un lavoratore rimasto dentro uno spazio chiuso. Non è un dispositivo di uso quotidiano ma di scenario critico, e questo genera il suo rischio caratteristico: attrezzatura acquistata una volta, riposta in un armadio e mai più provata da nessuno finché non serve davvero. Gli altri dispositivi respiratori sono raccolti nella sezione DPI.
Quando è obbligatorio
Non c’è una norma che imponga l’autorespiratore per nome in un elenco di lavorazioni: c’è una condizione ambientale che esclude ogni alternativa. Se il tenore di ossigeno è ridotto o non misurato, se la concentrazione del contaminante non è determinabile, se la sostanza può raggiungere livelli immediatamente pericolosi per la vita, un dispositivo filtrante non è una protezione insufficiente ma inesistente, e il D.Lgs 81/2008 impone un apparecchio isolante.
Il campo in cui questo si concretizza più spesso è quello degli ambienti sospetti di inquinamento o confinati disciplinati dal DPR 177/2011, dove l’impresa deve dimostrare esperienza, formazione, addestramento e dotazioni adeguate prima ancora di aprire il passo d’uomo. Il secondo è quello delle squadre di emergenza interna: dove il piano prevede che gli addetti si avvicinino a un rilascio di gas o operino in un locale invaso dai fumi, l’autorespiratore entra nella dotazione necessaria a quel ruolo, in coerenza con il D.M. 2 settembre 2021 sulla gestione della sicurezza antincendio. In entrambi i casi la scelta va motivata nelle procedure, non lasciata all’iniziativa di chi si trova sul posto.
Come si sceglie quello giusto
La prima distinzione riguarda l’origine dell’aria. Nell’autorespiratore autonomo a circuito aperto la riserva sta nella bombola che l’operatore porta sulle spalle: massima libertà di movimento, autonomia limitata da quanto contiene il recipiente. Nei dispositivi ad adduzione d’aria l’aria arriva da una linea collegata a un gruppo esterno o a un pacco bombole: consente permanenze molto più lunghe, tipiche delle lavorazioni programmate dentro un serbatoio, ma vincola l’operatore al tubo e richiede un punto di prelievo in aria pulita e sorvegliato. Dentro gli spazi chiusi le due soluzioni si combinano spesso, associando alla linea una piccola bombola di autosoccorso che serve solo a uscire se l’alimentazione si interrompe.
Va tenuto separato l’autosalvatore: è un dispositivo di sola fuga, pensato per allontanarsi da una zona pericolosa, e non può essere impiegato per entrarci o per lavorare. Confondere i due impieghi è uno degli errori più gravi che si incontrano nelle procedure aziendali.
Sul piano pratico si valutano il tipo di erogatore, che nelle applicazioni di emergenza mantiene una lieve sovrappressione dentro la maschera così che eventuali difetti di tenuta spingano l’aria fuori anziché lasciare entrare l’atmosfera esterna; l’ingombro, decisivo quando si deve passare da un’apertura stretta; le taglie del facciale e la compatibilità con elmetto, indumenti e sistemi anticaduta; la possibilità di comunicare con l’assistente all’esterno; l’allarme acustico di riserva, che indica quando avviare l’uscita.
Consegna, addestramento e registrazione
Si è nel campo dei dispositivi di terza categoria previsti dal Regolamento UE 2016/425, quelli destinati a rischi con esiti irreversibili. Qui l’addestramento non è un adempimento formale: è la differenza tra un intervento e un secondo infortunato. Va condotto da personale competente, ripetuto con regolarità e documentato, e deve comprendere il montaggio e la verifica dell’apparato, la vestizione con i tempi reali dell’emergenza, la respirazione in maschera fino alla percezione dell’allarme di riserva, l’uscita con visibilità ridotta e le manovre di recupero dall’esterno.
L’assegnazione riguarda un ruolo prima ancora che una persona: gli addetti alle emergenze vanno nominati formalmente, per esempio con il modello di nomina, e il loro percorso va tenuto insieme a quello dei corsi antincendio e della formazione per spazi confinati. Ogni sessione va registrata con data, contenuti e nominativi: in caso di controllo o di evento, è la prova che quel ruolo era davvero operativo.
Manutenzione, controlli e sostituzione
Un autorespiratore vive di controlli programmati. Dopo ogni impiego, anche di prova, l’apparato va ricondizionato: maschera lavata e sanificata, bardatura ispezionata, dispositivo ricaricato e rimesso in pronta disponibilità. A intervalli definiti dal fabbricante si verificano pressione della riserva, tenuta del circuito, funzionamento dell’erogatore, integrità di tubi e raccordi, intervento dell’allarme. Le bombole sono recipienti a pressione e seguono le scadenze di collaudo fissate dalla normativa specifica, con intervento di soggetti abilitati; erogatori e riduttori richiedono revisioni presso un centro autorizzato.
Due punti passano spesso inosservati. Il primo è la qualità dell’aria di ricarica: l’aria respirabile compressa deve rispettare requisiti propri, e il compressore dell’officina non è adatto a produrla. Il secondo è la conservazione: l’apparato va tenuto in posizione nota, accessibile senza chiavi introvabili, protetto da polvere e calore, con la pressione leggibile a colpo d’occhio. Ogni verifica va annotata su un registro dedicato, perché qui la tracciabilità dei controlli è parte integrante della gestione delle emergenze.
| Scenario ricorrente | Perché un dispositivo filtrante non è ammesso | Assetto corretto |
|---|---|---|
| Ingresso in serbatoio o vasca dopo bonifica | Tenore di ossigeno non garantito nel tempo | Adduzione d’aria con bombola di autosoccorso |
| Recupero di un lavoratore dentro uno spazio chiuso | Atmosfera sconosciuta e tempi di intervento brevi | Autorespiratore autonomo e recupero dall’esterno |
| Rilascio di gas in sala macchine | Concentrazione elevata e in rapida evoluzione | Autorespiratore autonomo per la squadra |
| Locale invaso dai fumi di un incendio | Gas di combustione e calo di ossigeno | Autorespiratore autonomo per addetti formati |
| Allontanamento rapido da una zona contaminata | Serve il tempo per uscire, non per operare | Autosalvatore, mai usato per rientrare |
| Verniciatura prolungata in ambiente chiuso | Saturazione del filtro e accumulo di vapori | Adduzione d’aria da sorgente esterna pulita |
Domande frequenti
Che differenza c’è tra autorespiratore e maschera con filtri?
La maschera con filtri depura l’aria dell’ambiente e funziona solo se quell’aria contiene ossigeno sufficiente e un contaminante noto e filtrabile. L’autorespiratore fornisce aria da una riserva propria e isola l’operatore dall’esterno: è l’unica soluzione quando le condizioni ambientali non sono controllabili. Per gli impieghi ordinari con agenti noti si usano le semimaschere con filtri.
Chi può indossarlo in azienda?
Solo personale designato, addestrato in modo specifico e ritenuto idoneo dal medico competente: l’apparato pesa, aumenta il carico cardiovascolare e va portato in condizioni di stress. L’idoneità va riferita al ruolo di addetto all’emergenza, non genericamente al lavoro svolto.
Ogni quanto va provato l’apparato se non lo si usa mai?
Proprio il non utilizzo rende necessarie prove periodiche. Il controllo di efficienza va pianificato indipendentemente dagli interventi reali, e le esercitazioni della squadra sono l’occasione migliore per farlo: si verifica il dispositivo e insieme si mantiene la manualità delle persone.
Basta avere l’autorespiratore per poter entrare in uno spazio confinato?
No. Il DPR 177/2011 chiede un insieme di requisiti: qualificazione dell’impresa, informazione sui rischi del luogo, procedure di lavoro, addetto all’esterno, sistema di recupero predisposto e formazione documentata del personale coinvolto. L’attrezzatura è una condizione necessaria, mai sufficiente.
Un autorespiratore che nessuno controlla e nessuno sa vestire è un costo, non una protezione. Aiutiamo le aziende a definire dotazioni e procedure per gli interventi in atmosfera non respirabile, a organizzare l’addestramento della squadra e a tenere in ordine registri e verifiche. Scrivici per ricevere un preventivo gratuito o consulta le domande più comuni nelle FAQ.