L’acqua entra quasi sempre da dove nessuno la aspetta. Una grondaia otturata che rigurgita sul lucernario, una tubazione che cede durante il fine settimana, il refluo che risale dai pozzetti quando la rete cittadina va in pressione, un impianto sprinkler che parte per un guasto. Il risultato è lo stesso: locali con centimetri d’acqua in cui restano immersi quadri elettrici, prese a pavimento, motori e contenitori di prodotti chimici.
Chi arriva la mattina dopo tende a leggere l’allagamento come un danno patrimoniale — merce persa, macchine da asciugare, assicurazione da chiamare — e non come uno scenario di emergenza che tocca la sicurezza delle persone. È un errore di prospettiva: fra i pericoli aggiunti dall’acqua ci sono l’elettrocuzione, le superfici rese scivolose, la contaminazione biologica quando la provenienza è fognaria, il cedimento di scaffalature caricate con materiale rigonfiato e la reazione di sostanze che con l’acqua non vanno d’accordo. Per questo merita una procedura scritta accanto agli altri scenari raccolti nella sezione emergenze.
Cosa succede nei primi minuti
La prima decisione riguarda l’energia, non l’acqua. Finché le linee sono in tensione, un pavimento bagnato con prese, prolunghe o macchine a terra resta un luogo vietato: la manovra di sezionamento va eseguita dal quadro, da chi è stato istruito a farlo e da posizione asciutta. Se il quadro stesso è raggiunto dall’acqua, la manovra spetta al distributore o a un tecnico qualificato, e nel frattempo l’area resta interdetta.
Subito dopo viene la geografia dell’edificio. I livelli interrati e i vani tecnici sono i punti in cui il battente cresce più in fretta e in cui una porta può diventare impossibile da aprire per la spinta dell’acqua: si sgomberano per primi. Contemporaneamente si cerca l’origine e, se è interna, si chiude la valvola di intercettazione dell’impianto interessato. Solo quando persone e alimentazione sono al sicuro ha senso pensare a spostare la merce.
Chi fa cosa
Gli addetti alla squadra di emergenza guidano lo sgombero delle aree colpite, presidiano gli accessi e impediscono che qualcuno rientri per recuperare oggetti personali. Sono anche i primi a segnalare se l’acqua ha raggiunto stoccaggi di prodotti pericolosi, perché in quel caso lo scenario cambia natura e si avvicina a quello dello sversamento chimico.
Il preposto verifica che nessuno sia rimasto in zone basse o in locali con porta unica, conta i presenti al punto di raccolta e tiene aggiornato chi coordina. Ai lavoratori si chiede una cosa sola ma decisiva: uscire senza attraversare l’acqua e senza toccare apparecchi elettrici, dicendo dove si trovavano e cosa hanno lasciato acceso.
Spetta al datore di lavoro, affiancato dall’RSPP esterno, stabilire quando l’attività riprende e su quali basi. Il rientro non è una scelta organizzativa ma tecnica: verifica dell’impianto elettrico da parte di persona qualificata, controllo delle apparecchiature bagnate prima del riavvio, sanificazione delle superfici se l’acqua era contaminata. Nelle attività alimentari la fase si incrocia con le procedure HACCP.
Come si prepara l’azienda
La preparazione comincia con una mappa: dove sono i punti bassi, quali locali hanno un solo accesso, dove passano le linee elettriche a pavimento, dove si trovano interruttore generale e valvole, chi è autorizzato a manovrarli. Questa mappa entra nel piano di emergenza come allegato dedicato all’ingresso di acqua, che il piano di emergenza ed evacuazione spesso non contempla perché tarato solo sull’incendio.
Sul piano materiale servono poche cose ma disponibili: paratie o sacchi per le soglie critiche, pompe con alimentazione protetta, granulari assorbenti, stivali e guanti impermeabili scelti fra i DPI e tenuti fuori dall’area a rischio. Sul piano strutturale contano la manutenzione di pluviali e pozzetti, il posizionamento sopraelevato di fusti chimici e quadri secondari, l’ancoraggio delle scaffalature. Una prova di evacuazione simulata con percorsi interrotti mette alla prova il piano molto più di un’esercitazione di routine.
| Origine dell’acqua | Pericolo che prevale | Controllo indispensabile prima del rientro |
|---|---|---|
| Rottura di tubazione interna | Contatti elettrici su prese e macchine a terra | Verifica di impianto e apparecchiature bagnate da tecnico qualificato |
| Risalita da rete fognaria | Contaminazione biologica di superfici e materiali | Pulizia, sanificazione, smaltimento del materiale poroso raggiunto |
| Pioggia intensa da coperture e lucernari | Cedimento di controsoffitti e carichi imbevuti | Ispezione di solai, controsoffitti e scaffalature prima di riaprire |
| Scarico accidentale di impianto antincendio | Vie di esodo scivolose e impianto fuori servizio | Ripristino del sistema e sorveglianza sostitutiva nel frattempo |
Errori che aggravano l’emergenza
Il più frequente è la fretta di riaccendere: si richiude l’interruttore generale per far ripartire frigoriferi o server prima che qualcuno abbia guardato dentro i quadri. Il secondo è l’uso di attrezzature domestiche per aspirare, con cavi che finiscono in acqua. Il terzo è mandare le persone a svuotare i locali in calzature ordinarie, su pavimenti dove galleggiano schegge e materiale tagliente.
Ce ne sono due meno visibili. Uno riguarda l’igiene: l’acqua di risalita porta carica microbica, e chi la manipola senza protezione si espone a un rischio che rientra nel Titolo X del D.Lgs 81/2008. L’altro riguarda la memoria: senza un resoconto scritto di orari, aree coinvolte, decisioni e verifiche, l’azienda perde la base per aggiornare la valutazione dei rischi.
Domande frequenti
Serve una procedura anche se l’azienda non è in zona alluvionale?
Sì, perché la maggior parte degli allagamenti in ambito produttivo nasce da guasti interni e non dall’esondazione di un corso d’acqua. La domanda giusta non è dove si trova il capannone, ma quali locali si allagherebbero per primi se cedesse una tubazione di notte.
Chi può togliere e ridare corrente?
Il sezionamento preventivo lo esegue chi l’azienda ha designato e istruito per la manovra sul quadro. La rimessa in tensione è un’altra cosa: presuppone il controllo di quadri, cavi interrati e apparecchi coinvolti da parte di un tecnico qualificato, e si inserisce nel regime di verifiche degli impianti elettrici del DPR 462/2001.
I lavoratori possono occuparsi dello svuotamento?
Solo ad area messa in sicurezza sul piano elettrico e strutturale, con protezioni impermeabili adeguate e dopo essere stati informati sui pericoli di quella pulizia. Nei locali interrati con acqua e fanghi si creano condizioni assimilabili agli ambienti sospetti di inquinamento del DPR 177/2011: valgono allora le regole del recupero in spazi confinati.
I DPI bagnati si possono recuperare?
I dispositivi che hanno perso le caratteristiche dichiarate dal fabbricante vanno sostituiti, non asciugati e rimessi in servizio. Vale lo stesso principio di precauzione per alimenti e imballaggi raggiunti dall’acqua.
Se hai già avuto acqua nei locali e nessuna procedura diceva chi fa cosa, è il momento di scriverla. Guardiamo insieme punti bassi, quadri e stoccaggi del tuo edificio e integriamo lo scenario nel piano esistente. Raccontaci com’è andata dalla pagina contatti, oppure parti direttamente da un preventivo gratuito.