Un’interruzione di corrente sembra il più innocuo degli imprevisti: nessuna fiamma, nessun fumo, nessun ferito. Eppure toglie in un istante tutto ciò che regge il funzionamento ordinario di un’azienda — luce artificiale, aspirazione, refrigerazione, comandi elettronici, centrale di rilevazione, telefonia interna — e lascia le persone dentro un ambiente che conoscevano e che di colpo non riconoscono più. Le cause si somigliano poco: guasto sulla rete di distribuzione, protezione che interviene a monte, cortocircuito in un quadro interno, scavi che tranciano una linea interrata.
Il vero problema è che l’interruzione colpisce insieme il processo produttivo e i sistemi che dovrebbero proteggerlo. In un reparto senza finestre il buio è totale; in un laboratorio si ferma la cappa mentre sotto c’è un recipiente aperto; in una linea automatica gli attuatori si bloccano a metà corsa e, quando la tensione ritorna, qualcosa può rimettersi in movimento con un operatore ancora vicino. È uno scenario da scrivere e da provare, accanto agli altri raccolti nelle emergenze.
I primi istanti al buio
Nel momento in cui cade la tensione, l’unica cosa che deve funzionare da sola è l’illuminazione di sicurezza: apparecchi con sorgente autonoma che rendono riconoscibili vie di esodo, porte, scale, cambi di quota, estintori e pulsanti. Se restano spenti perché nessuno ne ha mai verificato le batterie, l’evacuazione diventa il pericolo maggiore della giornata.
Chi lavora su macchine deve fermarsi dove si trova, senza tentare al buio manovre di sblocco, e portare i comandi in posizione di arresto: è la condizione che impedisce ripartenze indesiderate al rientro della tensione, coerente con quanto la Direttiva Macchine chiede ai costruttori in materia di riavvio inatteso. Nei processi che non tollerano l’arresto improvviso la procedura deve dire in anticipo quali valvole chiudere e quali sfiati aprire. Solo dopo si valuta se restare in posizione o evacuare: un’interruzione breve non giustifica sempre l’uscita, un edificio senza illuminazione naturale sì.
Chi fa cosa
Gli addetti alla gestione delle emergenze prendono le torce dalle postazioni prestabilite, raggiungono i reparti privi di luce naturale e accompagnano le persone verso le uscite. Spetta solo a loro il controllo degli ascensori: verificare con la comunicazione bidirezionale se qualcuno è a bordo, rassicurarlo e attivare la ditta di manutenzione, senza che nessuno tenti di forzare le porte di piano.
I preposti sospendono le lavorazioni che al buio diventano pericolose — movimentazione con carrelli, lavori in quota, taglio, saldatura — e verificano che l’area sia sgombra prima di autorizzare la ripresa. La manovra sui quadri e la ricerca del guasto restano in capo a personale elettricamente qualificato secondo i profili della norma CEI 11-27: un operatore che apre un quadro con la torcia fra i denti è fuori da ogni regola. Il datore di lavoro, con l’RSPP esterno, decide quando riprendere e con quali presidi sostitutivi se i sistemi antincendio sono fuori servizio.
Come si prepara l’azienda
Il primo lavoro è l’elenco dei carichi critici: quali utenze non possono restare senza alimentazione nemmeno per pochi secondi, quali reggono l’attesa di un gruppo elettrogeno, quali possono semplicemente spegnersi. Dall’elenco discendono le scelte di continuità e le procedure di arresto controllato da scrivere reparto per reparto.
Il secondo è la manutenzione di ciò che serve solo in emergenza e che perciò nessuno guarda: apparecchi di illuminazione di sicurezza, batterie della rilevazione, alimentazione delle pompe antincendio, comunicatori degli ascensori. Il terzo è la formazione: il comportamento al buio si spiega dentro la formazione dei lavoratori e si mette alla prova simulando la mancanza di luce, non soltanto l’allarme sonoro previsto dal piano di emergenza.
| Impianto o servizio | Effetto immediato dell’interruzione | Presidio da predisporre prima |
|---|---|---|
| Illuminazione dei reparti interni | Buio completo su percorsi e cambi di quota | Apparecchi autoalimentati con verifica periodica registrata |
| Macchine e linee automatiche | Arresto in posizione intermedia e rischio al riavvio | Procedura di arresto e comandi riportati in posizione di sicurezza |
| Ascensori e montacarichi | Persone bloccate in cabina | Comunicazione bidirezionale attiva e contratto di assistenza |
| Aspirazione localizzata e cappe | Accumulo di vapori o polveri nell’ambiente | Sospensione della lavorazione e messa in sicurezza dei recipienti |
| Celle e depositi refrigerati | Rialzo termico e catena del freddo interrotta | Registrazione delle temperature e criteri di scarto nel piano HACCP |
Errori che aggravano l’emergenza
Il primo è illuminarsi con qualcosa che brucia. Candele e fiamme libere in un ambiente in cui non si sa se c’è stata una fuga o un surriscaldamento sono un rischio gratuito, e diventano gravissimi dove esistono atmosfere potenzialmente esplosive, disciplinate dal Titolo XI del D.Lgs 81/2008.
Il secondo è la riattivazione simultanea: ridare tensione a tutto insieme fa scattare di nuovo le protezioni e rimette in moto macchine cui nel frattempo qualcuno si è avvicinato. Il riavvio va fatto per aree, con conferma che ciascuna sia libera. Il terzo è dimenticare che gli impianti di protezione possono restare ciechi: senza alimentazione della rilevazione incendi serve una sorveglianza umana fino al ripristino. Il quarto è non annotare nulla: durata, reparti coinvolti, anomalie e materiali scartati sono la base per correggere il piano e aggiornare la valutazione dei rischi.
Domande frequenti
L’illuminazione di emergenza è obbligatoria in ogni azienda?
La normativa impone che vie e uscite di emergenza restino individuabili anche senza illuminazione ordinaria: l’obbligo nasce quindi dalle caratteristiche dei luoghi, e un ufficio con ampie finestre e uscita diretta ha esigenze diverse da un magazzino cieco. Estensione e prestazioni degli apparecchi si definiscono nella valutazione dei rischi e nel progetto degli impianti.
Ogni quanto si controllano gli apparecchi autoalimentati?
La periodicità la fissano le istruzioni del fabbricante e il programma di manutenzione aziendale. Ciò che conta è che le prove siano effettive — accensione e tenuta nel tempo, non solo la spia verde — e restino tracciate su un registro consultabile.
Cosa si fa se una persona resta chiusa in ascensore?
Si stabilisce il contatto vocale, si comunica che i soccorsi sono stati attivati e si chiama la ditta di manutenzione o i vigili del fuoco. L’apertura la esegue solo personale abilitato: i tentativi improvvisati espongono al rischio di caduta nel vano. Se la persona accusa un malore intervengono gli addetti alle emergenze formati e si allertano i soccorsi pubblici.
Un gruppo elettrogeno risolve il problema?
Riduce l’impatto sulla produzione, non annulla lo scenario. Fra la caduta della rete e l’entrata in servizio del generatore resta un intervallo di buio, il gruppo copre solo le linee cui è collegato e richiede a sua volta prove sotto carico e regole per rifornimento e scarico dei fumi.
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